Il dialogo ci salverà

Alessandra Brusegan #15JobsChallenge

In questo #Job3 il punto di partenza è creare un primo contatto con una telefonata. Sì, una telefonata, nulla di complesso apparentemente.

La verità è che mi sono accorta che nei primissimi giorni, questa delle telefonate, era un’attività che, in modo automatico e inconscio, rimandavo-procrastinavo-evitavo.

<<No, prima devo finire questa presentazione, poi chiamo.>>

<<Aspetta, aggiungo un po’ di dettagli a questa lista di contatti, dopo chiamo.>>

Addirittura, mi sono resa conto che lasciavo il telefono lontano dalla mia scrivania.

Discomfort totale.

Che meraviglia, io adoro il discomfort!!! Guardiamoci dentro e vediamo cosa c’è da imparare.

Dunque, inizialmente c’è un po’ di batticuore, sembra una cavolata, ma c’è un enorme effetto sorpresa in una telefonata. Non si sa con sicurezza chi risponderà, che voce avrà oppure di che umore sarà. La sensazione è quella di intrufolarsi nella stanza di qualcuno che non ci ha invitato e di farlo al buio, senza che ci veda. 

Perché in un contatto telefonico manca una parte importante dell’interazione/relazione: la vista dell’altro.

Ed è questo il punto!! Io mi sono accorta che non avere davanti la persona a cui parlo fa crescere in me l’insicurezza.

Penso ai primi secondi della chiamata, quando mi presento e accenno brevemente al tema di cui vorrei parlare. Sento la mia voce, la sento bene, ma dall’altra parte non sento niente. 

E non solo: non vedo nemmeno le espressioni del viso, non posso interpretare il linguaggio del corpo che, quando c’è, è un importante aiuto nella comunicazione perché dà feedback immediati e simultanei, permettendoci di corrreggere il tiro se qualcosa va storto…

Io parlo e la persona è ancora lì, ma non parla: forse mi ascolta, forse gli ricordo qualcuno, forse sta pensando a come mettere giù o forse la sto annoiando, infastidendo, disturbando. O forse un mostro l’ha divorata. 

Fa ridere, ma è vero.

In quei primi istanti io mi sentivo così, irrazionale e vulnerabile. Mi mancava il riscontro. 

Ma ora va meglio, per due ragioni.

La prima è che questa cosa del riscontro non fa più male come prima. Ho capito che è il mio tallone d’Achille e, piano piano, sto imparando a vivere la mia vita in modo sempre più indipendente dai feedback.

La seconda è che ho scoperto il dialogo. Ora faccio più domande, cerco l’interazione, ascolto le risposte e le uso per tarare la mira. E mi fido di più della mia voce e delle mie orecchie.

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