Storytelling di un vino, esempio

Alessandra Brusegan comunicazione e marketing

Cosa significa fare storytelling? Che storia bisogna raccontare?

Dove va portato il lettore/cliente? Nel passato dell’azienda? O nel futuro che vivrà acquistando il prodotto?

Come si fa uno storytelling efficace?

A me piace dire che lo storytelling come è un paio di occhiali nuovi con cui guardare la realtà vedendoci qualcosa di diverso, una storia diversa, più completa, più intensa, più reale, più adatta a chi la guarda. Una realtà che mostri tutti i lati del prodotto, anche quelli invisibili, inconsci o mai svelati.

Ho assaggiato un vino fenomenale in questi giorni (Primitivo 17 – Anno 2011, Cantine Polvanera – Gioia del Colle – BA) e l’ho sentito, l’ho ascoltato e l’ho visto con nuovi occhiali. Ed ecco la storia che racconterei se dovessi essere io a venderlo: l’ispirazione è stata immediata e questo è esattamente il genere di storytelling che cerco in tutti prodotti che acquisto, ancora di più nei vini.

1. Foto e titolo dello storytelling

Allo storytelling di questo vino darei un titolo come questo:

Lavorato il meno possibile, per sorprendere al massimo. 

E un sottotitolo sensoriale ed emozionante come:

Primitivo 17 si beve con gioia, scalda le parole e lascia un ricordo emozionante e delicato.

E poi sceglierei una foto come quelle che piacciono a me, in cui si vede il vino in un contesto human, a misura di persona (e con questo intendo che si dovrebbe vedere quello che sta davanti agli occhi di chi sta per cenare o meglio, la quantità di cibo e vino a misura di bocca, di pancia, di mano).

2. Introduzione dello storytelling

Come in una storia per bambini o un romanzo ottocentesco, come se volessimo da subito mettere le basi per il racconto, l’introduzione è il posto giusto per far capire al lettore/cliente dove sta per immergersi.

Per questo vino – che ha un prezzo premium, è prodotto da una cantina rinomata in un numero limitato di bottiglie – io sceglierei una citazione classica che da subito elevi il tema rendendolo accessibile solo a pochi.

L’arte del levare

Questo primitivo fa pensare a Michelangelo, alla su illustre idea di scultura che è l’arte del levare: all’artista spetta il compito di togliere materia per lasciar emergere l’opera che già esiste, lì sotto, nascosta; va solo dissotterrata, scoperta e riportata alla luce.

Le cantine Polvanera sembra adottino lo stesso principio con questo primitivo e con gli altri loro vini.

– Coltivazione biologica che riduce gli interventi, i trattamenti e la chimica sull’uva.

– Rese ridotte perché gli acini siano più dolci e succulenti.

– Vendemmia manuale che rispetta i tempi e preserva gli acini.

– Vinificazione e affinamento in acciaio e poi maturazione in bottiglia.

– Nessun passaggio nel legno per non nascondere nulla del vino.

3. Storytelling vero e proprio

Il modo ideale per fare storytelling, secondo me, è quello di procedere su due binari che corrano paralleli per un po’ e si intreccino al punto giusto, sovrapponendosi e arrotolandosi uno sull’altro riempiendo di significato il racconto.

I binari che sceglierei per questo vino sono:

  • quello reale: dell’uva, della lavorazione, dell’affinamento del vino
  • quello empirico fatto di significati nascosti e di sensazioni.

Per esempio, ecco i due binari uno accanto all’altro.

Il terroir

<Piano reale>: Primitivo 17 deriva da uve di vitigno Primitivo, maturate su viti ad alberello che da 70 anni si godono l’aria secca della Puglia. La zona è quella compresa tra Gioia del Colle e Acquaviva delle Fonti, nella provincia di Bari, su un vasto altipiano a circa 350 m s.l.m. affacciato sul bacino meridionale dell’Adriatico.

<Piano empirico>: Un terreno arido, di una consistenza argillosa e quasi impermeabile all’acqua che quando è asciutto diventa duro e secco, difficilissimo da lavorare. Una terra chiara che riflette la luce a tal punto che, in alcuni giorni, il sole sembra che splenda anche sulla terra oltre che in cielo.

Ed ecco i due binari intrecciati, prima reale poi empirico, poi ancora reale e empirico:

Tecniche enologiche e affinamento

<Piano reale>: Una lunghissima macerazione sulle bucce lascia a Primitivo 17 una dose di tannini davvero eccezionale. Subito dopo, una fermentazione a temperatura controllata: la trasformazione degli zuccheri procede per circa un mese a 25° C. 

Il vino resta, poi, negli stessi contenitori per altri 2 anni prima di essere imbottigliato.

<Piano empirico>: Una tecnica insolita, un lungo momento di introspezione che arricchisce il vino e lo aiuta a mettersi a fuoco. 

<Piano reale>: E poi dritto in bottiglia, nessun passaggio nel legno.

<Piano empirico>: Perché si sa: il legno corregge, affina, smorza e aiuta il vino ad arrotondarsi e a rendersi più gradevole. Le Cantine Polvanera, invece, il loro vino lo preferiscono puro, il più vicino possibile alla sua anima più selvatica, senza maschere o ritocchi. 

<Piano reale>: Le bottiglie riposano per un anno in una sala sotterranea della masseria in cui ha sede la cantina.

<Piano empirico>: Scavata nella roccia carsica e benedetta da livelli di umidità e temperatura costanti, a circa 8 metri sottoterra, è il luogo ideale per lasciare che il vino si prepari alla degustazione.

E ora i due binari si arrotolano, si mischiano, si fondono in un climax ascendente che va a toccare la punta più alta, sensoriale, emozionante e sognante dello storytelling.

Invasione dei sensi

Il profilo sensoriale di Primitivo 17 è così articolato che non esclude nessuno dei cinque sensi. Un intenso coinvolgimento che lascia disorientati, praticamente ubriachi al primo assaggio. Un po’ per la sua gradazione alcolica incredibile – che arriva quasi al 17%, come dice il suo stesso nome – e un po’ perché ha moltissimo da raccontare.

Un colore impenetrabile, un rosso granata purpureo e scurissimo. Versato a 12-14°C permette di godere a lungo di tutti i suoi profumi prima che arrivi alla temperatura di assaggio che deve essere, almeno, di 16-17°C

È curioso che abbia un profumo fruttato come fosse un vino giovane, ma anche definito e rotondo come fosse passato in barrique. Profuma di prugna, amarena, ciliegia e mora e poi di altri piccoli frutti di bosco. Sembra di sentire anche della frutta matura cotta e delle spezie dolci, come la liquirizia, la cannella e i chiodi di garofano. E non mancano i penetranti profumi del thè e del cacao.

L’assaggio è solenne, bagna la lingua delicatamente e quando la bocca si chiude scivola ovunque aiutato, anche, dalla quantità di alcool che contiene. Tannico al punto giusto, e poi anche leggermente acido e minerale. 

Frutta cotta e confettura sono i sapori che restano sul palato e che tornano al naso. E poi un gusto lungo, perfetto per un altrettanto lungo momento di silenzio e ascolto.

Lo Storytelling spiega la realtà in un modo nuovo

Ecco quello che intendo con storytelling.

Ecco lo storytelling che vorrei leggere di un vino o di qualsiasi prodotto che sto per acquistare.

Vorrei leggere: perché è diverso dagli altri, da cosa si nota, come si fa a rendersi conto della sua particolarità. Vorrei capire cosa mi perderò se non lo acquisto e a che livello di paradiso sarò quando lo avrò tra le mie mani, in bocca, addosso.

E soprattutto vorrei che tutto questo mi fosse raccontato come se fosse un’esperienza sensoriale, come fosse una lezione di vita, un punto di vista lontano, di qualcuno che guarda dallo spazio, da sotto terra, con gli occhi chiusi. Come fosse un sogno e non un’etichetta.

Il vero storytelling, per me, è proprio questo: è regalare al lettore/cliente nuovi filtri per vedere la realtà, nuove chiavi per interpretarne il significato e usare questi filtri e queste chiavi direttamente sul prodotto, trasformandone, così, la percezione.

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